Negli ultimi giorni, nel mondo della birra artigianale si parla parecchio di un argomento che fino a poco tempo fa non incuriosiva quasi nessuno, la birra analcolica e pastorizzazione.
Ma cosa c’è davvero dietro questa scelta produttiva? Ti avviso: alcune cose potrebbero sorprenderti.
Il motivo è semplice. Senza alcol, che normalmente tiene a bada batteri e altri ospiti sgraditi, una birra rischia di diventare terreno fertile per indesiderati come E. coli, salmonella e persino listeria.
E qui non si tratta di teorie campate in aria, perché diversi studi hanno dimostrato che certi microrganismi possono resistere anche oltre due mesi dentro una birra analcolica.
Se poi parliamo di versione alla spina, con impianti complessi e pulizia non sempre al top, il rischio cresce ancora. Non a caso, la Brewers Association consiglia di preferire lattina o bottiglia quando si tratta di birra analcolica.
Mi sono preso qualche giorno per parlarne, perché arrivare primo per dire la stessa cosa di tutti non mi interessa. Nella parte finale ti dirò come vedo io questa mossa, dal mio punto di vista di beer blogger che certe cose le ha viste da vicino.
E posso dire che non è solo una questione di sapore, ma di norme che decidono cosa può o non può essere chiamato “artigianale”.
Quindi, entriamo nel vivo, iniziamo!
Di cosa parliamo in questo articolo?
Cosa dice la legge
Unionbirrai ricorda che, secondo la normativa italiana, non esiste il “birrificio artigianale”. La legge definisce solo la birra artigianale come prodotto non pastorizzato e non microfiltrato.
Questo significa che una birra analcolica e pastorizzazione non possono convivere con la dicitura “artigianale” sulla stessa etichetta, e di certo non può essere usato il marchio “Indipendente Artigianale” di Unionbirrai per quella referenza specifica.
Va però chiarito che se un birrificio decide di pastorizzare una sola birra, non perde automaticamente lo status artigianale per tutte le altre birre della gamma.
Perché la pastorizzazione è finita al centro della discussione
Qui la faccenda si fa interessante. Perché la pastorizzazione, per anni vista quasi come un tradimento, oggi torna alla ribalta e divide come non mai.
La pastorizzazione, soprattutto quella a tunnel fatta dopo l’imbottigliamento, è il metodo più diretto e sicuro per eliminare problemi microbiologici e dare più lunga vita alla birra. Il rovescio della medaglia è che può attenuare aromi e freschezza, oltre ad avere costi non proprio leggeri. Per anni, per i birrifici artigianali italiani, è stata considerata quasi un tradimento allo spirito della birra artigianale.
Oggi però c’è un cambiamento importante: Unionbirrai ha deciso di ammettere la birra analcolica e pastorizzazione all’interno delle regole, a patto che vengano rispettati alcuni paletti.
La produzione di analcoliche pastorizzate non deve essere prevalente, quelle birre non possono essere chiamate artigianali e non possono esporre il marchio “Indipendente Artigianale”. In più, l’etichetta della birra deve essere chiara e trasparente, così che il consumatore sappia subito cosa sta bevendo.
In poche parole, la birra analcolica e pastorizzazione può convivere nello stesso birrificio artigianale, ma senza spacciare un’analcolica pastorizzata per craft autentica.
Cosa significa per chi produce (e per chi beve)
E adesso viene la parte che interessa a tutti: chi ci guadagna davvero da questa apertura, i birrifici o noi che la birra la beviamo?
Questa apertura è un compromesso furbo e interessante allo stesso tempo. Da un lato permette ai birrifici di affacciarsi su un mercato in forte crescita, quello delle birre a zero alcol, senza rischiare problemi igienici. Dall’altro protegge l’idea di artigianalità, evitando di buttare tutto nello stesso calderone, almeno per il momento.
Per chi beve, la birra analcolica e pastorizzazione significa più scelta, più sicurezza e, se i produttori sapranno comunicare bene con etichette chiare, anche più consapevolezza su cosa c’è nel bicchiere.
Per i birrifici, invece, rappresenta un nuovo capitolo da scrivere. Bisognerà scegliere il metodo di stabilizzazione più adatto tra pastorizzazione, filtrazione sterile, conservanti naturali o tecnologie innovative come il Chiber™. Il tutto senza lanciarsi a testa bassa e mantenendo l’anima artigianale, limitando la produzione della versione pastorizzata e senza alcol. Alla fine, la cosa migliore è sempre spiegare e raccontare le scelte fatte, perché oggi il consumatore finale premia la trasparenza più di qualsiasi altra cosa.
E questo è solo l’inizio. Perché il vero banco di prova sarà vedere come produttori e consumatori reagiranno nei prossimi mesi.
Conclusioni
Eccoci alla parte finale e di spunti ce ne sono parecchi. Che la birra analcolica, per molti, non fosse considerata “vera” birra lo sapevamo già, ma con la pastorizzazione il dibattito si accende ancora di più. I numeri però parlano chiaro, la richiesta cresce e questo prodotto finirà sempre più spesso sulle nostre tavole e nei nostri pub, che ci piaccia o no.
Personalmente preferisco birre con gradazione molto bassa rispetto alle analcoliche totali, ma è evidente che la birra analcolica abbia ormai il suo segmento di mercato e un posto ben definito. La mossa di Unionbirrai segna un cambio di passo e fa pensare che in futuro potrebbero arrivare altre novità importanti nel mondo della birra artigianale, soprattutto in un Paese come il nostro dove bisogna ancora fare tanta strada per divulgarne la cultura.
La prossima volta che ti capiterà di scegliere una birra analcolica, saprai anche quale lavoro e quale scelta tecnica ci sono dietro.
E se vuoi dire la tua su questo argomento, io sono qui ad ascoltare.
E mi raccomando: bevi sempre consapevolmente!
Francesco





