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Francesco selicato

Beerotto Riccione: quando un pub diventa un punto di riferimento

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Quando si pensa a Riccione, soprattutto dal punto di vista della ristorazione e dell’intrattenimento serale, il collegamento con la movida, il turismo estivo e i locali della Riviera è quasi inevitabile. Eppure, per raggiungere Beerotto bisogna allontanarsi proprio da quella Riccione che siamo abituati a immaginare, spostandosi verso una zona decisamente più periferica, a circa cento metri dal confine con Misano e in un contesto che ha ben poco di turistico.

È proprio qui che ho trascorso una delle mie serate durante il viaggio in Romagna, scegliendo come spesso mi accade di rimanere al banco, il luogo che considero privilegiato per osservare realmente come lavora un pub, vedere il rapporto con la clientela e, naturalmente, capire quale attenzione viene riservata alla birra.

Beerotto mi ha incuriosito fin dall’arrivo soprattutto per un aspetto: difficilmente è un locale nel quale si finisce casualmente passeggiando per Riccione. Bisogna sapere che esiste, raggiungerlo e scegliere di trascorrere qui la propria serata, caratteristica che potrebbe sembrare uno svantaggio ma che, conoscendo meglio la sua storia e parlando con Fabrizio e Antonio, i due soci che guidano il progetto, diventa probabilmente una delle chiavi per comprenderne l’identità.

Di cosa parliamo in questo articolo?

Beerotto: la storia

La storia di Beerotto non comincia nell’attuale sede, perché Fabrizio e Antonio arrivano da una precedente esperienza in una zona decisamente più centrale di Riccione, dove negli anni erano riusciti a costruire un locale conosciuto e frequentato, inevitabilmente legato anche al grande movimento che caratterizza la città durante la stagione estiva.

Il lavoro non mancava, ma con il passare del tempo quella dimensione fortemente stagionale aveva iniziato a stare stretta ai due soci, che sentivano l’esigenza di trasformare il progetto in qualcosa di differente, puntando su una birreria aperta durante tutto l’anno e capace di creare un rapporto più continuativo con la clientela del territorio.

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Durante una delle chiacchierate fatte al banco mi è rimasta particolarmente impressa una frase: «Volevamo fare qualcosa di più».

Parole apparentemente semplici, ma che assumono un significato diverso quando scopri che il cambiamento non è arrivato in seguito a un progetto che non funzionava, bensì nel momento in cui il locale precedente lavorava e aveva già una propria clientela. A volte, però, è proprio quando le cose vanno bene che diventa ancora più difficile decidere di stravolgerle, soprattutto se l’obiettivo non è necessariamente lavorare di più, ma riuscire a dare una direzione differente al proprio lavoro.

Nel 2020 Beerotto si trasferisce quindi nell’attuale struttura, un locale storico della ristorazione riccionese dalle dimensioni decisamente importanti, situato in una zona periferica della città, praticamente sotto la ferrovia e a pochi passi dal confine con Misano. Una posizione che, soprattutto nei primi tempi, non deve essere stata semplice da affrontare, ma che con gli anni ha permesso alla birreria di costruire una propria identità lontana dalle dinamiche esclusivamente turistiche.

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Oggi, infatti, circa l’80% della clientela è composto da persone del posto, mentre il restante 20% è rappresentato anche da turisti che avevano conosciuto Beerotto nella precedente sede sul mare e che continuano a frequentarlo nonostante lo spostamento. Un dato interessante perché racconta la trasformazione da un locale fortemente favorito dal passaggio a una destinazione che viene scelta consapevolmente.

Gli spazi, del resto, permettono di accogliere numeri importanti, con circa 130 posti all’interno ai quali, durante la stagione estiva, se ne aggiungono un altro centinaio negli spazi esterni. L’impostazione dell’ex ristorante che c’era qui per tantissimi anni, è stata completamente reinterpretata attraverso uno stile industriale da pub contemporaneo, nel quale il mondo della birra diventa immediatamente riconoscibile.

Appena entrato, una delle prime cose che ha attirato la mia attenzione è stata infatti la grande cella frigorifera dedicata ai fusti, ben visibile dalla sala e quasi utilizzata come elemento stesso del locale. Una scelta che comunica immediatamente quanto il prodotto sia centrale nel progetto, impressione ulteriormente confermata quando ci si avvicina al grande banco che domina l’ambiente.

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Ed è proprio lì che ho deciso di trascorrere praticamente tutta la serata.

Beerotto dispone di tredici vie alla spina, con una selezione che cambia seguendo la stagionalità e cercando di attraversare stili differenti, pur mantenendo alcuni riferimenti ormai consolidati per la clientela abituale. Nel mio caso ho iniziato con una birra Pils, per poi proseguire con una birra Chouffe alla spina, una delle linee stabilmente presenti e servita correttamente nel suo bicchiere dedicato, terminando infine con una Stout.

Tre birre molto differenti che mi hanno permesso non soltanto di attraversare parte della proposta, ma anche di osservare un aspetto al quale presto sempre particolare attenzione quando visito un pub, ovvero il servizio. Da questo punto di vista sono rimasto piacevolmente sorpreso dalla cura riservata alla spillatura e dalla gestione del prodotto, dettagli che diventano ancora più evidenti quando si trascorre una serata intera davanti al banco e si ha modo di osservare come vengono serviti anche gli altri clienti.

Accanto alla selezione alla spina c’è poi un altro elemento interessante del progetto Beerotto, rappresentato dalle tre birre a marchio proprio, SIPA, WIKY e CALBY, presentate attraverso un packaging piuttosto particolare: una bottiglia realizzata in alluminio.

Parlando con Fabrizio e Antonio ho scoperto che dietro questa scelta c’è stata anche una riflessione sul comportamento del consumatore. Secondo la loro esperienza, infatti, una parte della clientela italiana continua a essere meno abituata alla birra confezionata nella classica lattina rispetto alla bottiglia; da qui l’idea di utilizzare l’alluminio mantenendo però una forma immediatamente riconoscibile, tanto che osservandola velocemente quasi non ci si rende conto del materiale utilizzato.

Se gli spazi e la proposta birraria raccontano una parte importante di Beerotto, è trascorrendo qualche ora al banco che ho iniziato a comprendere meglio il lavoro di Fabrizio e Antonio e, soprattutto, le motivazioni che li hanno portati a cambiare completamente impostazione rispetto alla loro precedente esperienza.

Durante la serata non c’è stata una vera e propria intervista, né probabilmente sarebbe servita. Le informazioni sono arrivate poco alla volta, tra una birra servita, qualche piatto passato dal banco e brevi conversazioni nei momenti in cui il lavoro concedeva qualche minuto, permettendomi contemporaneamente di osservare i due soci nella loro quotidianità.

Quello che mi ha colpito è stata soprattutto l’attenzione costante verso ciò che accadeva nel locale. Gli occhi erano continuamente rivolti alla sala, ai clienti, alle spine e al banco, con quella capacità di controllare contemporaneamente tanti piccoli aspetti che chi ha lavorato per anni dietro un bancone riconosce abbastanza facilmente.

La birra è evidentemente centrale, ma quello che ho percepito durante la serata è un concetto di ospitalità più ampio, nel quale il prodotto rappresenta soltanto una delle componenti dell’esperienza complessiva.

Conclusioni

Ripensando alla loro frase, «volevamo fare qualcosa di più», diventa quindi più semplice comprendere perché abbiano scelto di lasciare una posizione molto più legata al passaggio turistico per spostarsi in un luogo nel quale il cliente deve arrivare intenzionalmente.

Il risultato è un pub che sembra essere riuscito a diventare soprattutto un punto di riferimento per chi vive il territorio durante tutto l’anno, quasi un piccolo riscatto per quella parte di Riccione lontana dalla rappresentazione più conosciuta della città fatta esclusivamente di estate, lungomare e movida.

Personalmente considero sempre interessante incontrare realtà che continuano a credere nella birra e, soprattutto, nel modello del pub come luogo di aggregazione quotidiana, perché significa andare oltre la semplice vendita di un prodotto e provare a costruire nel tempo una comunità intorno al proprio banco.

Beerotto mi ha trasmesso proprio questa sensazione. Sono entrato incuriosito da un locale situato in una zona nella quale probabilmente un turista difficilmente arriverebbe per caso e ho finito per trascorrere l’intera serata al banco, alternando birre, qualcosa da mangiare e conversazioni con Fabrizio e Antonio.

Alla fine è forse proprio questa la particolarità che meglio racconta Beerotto: aver lasciato una zona nella quale le persone passavano continuamente davanti al locale per costruire, qualche anno più tardi, un pub nel quale le persone scelgono consapevolmente di andare.

E per una birreria, probabilmente, non è affatto un risultato banale.

E mi raccomando: bevi sempre consapevolmente!

Francesco

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FRANCESCO SELICATO

Beer Blogger per passione, amante della birra per vocazione. Sul mio blog racconto e trasformo qualsiasi birra nella migliore esperienza sensoriale possibile.

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