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Francesco selicato

La chiusura di Birra del Borgo. Siamo sicuri che il problema fosse l’acquisizione?

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Quando ho letto la notizia della chiusura di Birra del Borgo, la mia mente è tornata immediatamente indietro di una decina d’anni.

A dire la verità ho aspettato un po’ prima di scrivere questo articolo, anzi, inizialmente non avevo nemmeno intenzione di farlo, quando chiude una realtà che ha contribuito a scrivere una parte importante della storia della birra artigianale italiana c’è poco da celebrare e molto su cui riflettere.

Ho preferito prendermi del tempo, osservare quello che stava emergendo, ascoltare opinioni diverse e provare a guardare oltre la notizia in sé. Mi interessava capire quali fossero gli scenari meno visibili di questa vicenda, cosa possiamo imparare da un epilogo del genere e quali indicazioni può offrire oggi a chi osserva il mercato della birra artigianale con uno sguardo più ampio.

Non tanto per nostalgia, quanto perché chi ha vissuto da vicino il mondo della birra artigianale italiana in quel periodo ricorda perfettamente l’atmosfera che si respirava. Erano anni particolari, forse irripetibili, i birrifici nascevano ovunque, i pub specializzati aumentavano, gli appassionati diventavano sempre più curiosi e, per la prima volta, il movimento artigianale sembrava essere uscito dalla propria nicchia per affacciarsi a un pubblico molto più ampio.

Io stesso, dietro il bancone, ho assistito a decine di discussioni sull’argomento, bastava nominare un birrificio particolarmente in vista per accendere il dibattito. C’era chi sosteneva che la birra artigianale dovesse restare indipendente a tutti i costi e chi invece vedeva negli investimenti dei grandi gruppi un’opportunità per crescere, migliorare e raggiungere nuovi mercati.

Poi arrivarono le acquisizioni e da quel momento il mondo della birra artigianale italiana sembrò perdere improvvisamente il proprio equilibrio.

Da un giorno all’altro i social, i forum e le discussioni nei pub si riempirono di sentenze definitive. C’era chi parlava di tradimento, chi di svendita, chi sosteneva che quelle birre non sarebbero più state le stesse e chi invece vedeva finalmente la possibilità di dare ai birrifici italiani le risorse necessarie per competere a un livello superiore.

La sensazione era che, all’improvviso, contasse più il nome presente sulla visura camerale di quello che c’era realmente dentro al bicchiere. Col passare degli anni, osservando ciò che è accaduto, viene spontaneo chiedersi se il vero problema fosse davvero l’acquisizione oppure il modo in cui alcune acquisizioni sono state gestite.

Nel frattempo AB InBev acquistò Birra del Borgo, Heineken entrò nel mondo Hibu, Molson Coors investì in Birradamare e altri grandi gruppi iniziarono a osservare con interesse un settore che sembrava avere davanti a sé un futuro luminoso.

Lo stesso gruppo Duvel Moortgat entrò in punta di piedi nel capitale di Birrificio del Ducato attraverso una partecipazione di minoranza che negli anni successivi sarebbe diventata un’acquisizione completa.

All’epoca, però, quasi nessuno avrebbe immaginato che dieci anni dopo ci saremmo ritrovati a parlare della chiusura di Birra del Borgo, del ridimensionamento o della scomparsa di altre operazioni simili e, contemporaneamente, di un Birrificio del Ducato ancora presente sul mercato, ancora riconosciuto dagli appassionati e capace di consolidare il proprio ruolo all’interno della birra artigianale italiana.

A distanza di dieci anni la domanda che mi pongo è diversa da quella che si fanno molte persone oggi: la chiusura di Birra del Borgo non mi porta a chiedermi perché abbia fallito un singolo birrificio, mi porta a chiedermi perché quasi tutte quelle operazioni abbiano avuto un destino simile e perché, tra i nomi che all’epoca finirono sotto i riflettori, ce ne sia uno che continua a essere presente, riconoscibile e rispettato dagli appassionati.

Forse la risposta non si trova nelle acquisizioni in sé, ma nel modo in cui si sceglie di gestire l’identità, le persone e la cultura che stanno dietro a un birrificio artigianale.

⏳ Hai poco tempo? Ecco i 3 punti al volo

  • La chiusura di Birra del Borgo riapre il dibattito sulle acquisizioni nel mondo della birra artigianale italiana e sui risultati ottenuti dai grandi gruppi negli ultimi dieci anni.
  • Molte operazioni che sembravano destinate a rivoluzionare il settore si sono ridimensionate o concluse, mostrando quanto sia difficile preservare identità, credibilità e cultura di un birrificio artigianale.
  • Il caso Birrificio del Ducato dimostra che un’acquisizione può funzionare quando gli investimenti rafforzano il progetto esistente senza snaturarne filosofia, qualità e posizionamento. 

Quando tutti volevano entrare nel mondo craft

Per capire davvero quello che sta accadendo oggi bisogna fare un passo indietro e ricordare il contesto di quegli anni, perché molte delle risposte che cerchiamo si trovano proprio lì.

La birra artigianale italiana viveva probabilmente il momento di massima espansione della sua storia. I consumi aumentavano, i festival registravano numeri sempre più importanti, i locali specializzati continuavano a moltiplicarsi e alcuni birrifici avevano raggiunto una notorietà che soltanto pochi anni prima sarebbe sembrata impensabile anche ai più ottimisti.

Per un grande gruppo internazionale era quasi naturale osservare quel mercato con interesse. Da fuori tutto sembrava piuttosto semplice, esistevano marchi già affermati, con una reputazione costruita negli anni, una clientela fidelizzata e una forte riconoscibilità tra gli appassionati. L’idea di acquisire queste realtà, investire capitali e accelerarne ulteriormente la crescita appariva una scelta logica e, almeno sulla carta, estremamente promettente.

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Guardando oggi quelle operazioni con il senno di poi, emerge però una considerazione che forse all’epoca è stata sottovalutata. Un birrificio artigianale non è mai stato soltanto un’azienda che produce birra. Dietro ogni marchio esistono persone, intuizioni, relazioni, errori, tentativi riusciti e altri meno fortunati, esiste una credibilità costruita lentamente nel tempo e conquistata pinta dopo pinta. Molto spesso è proprio questo il patrimonio più importante di un birrificio, molto più degli impianti, dei macchinari o dei numeri presenti in un bilancio.

Chi frequenta questo ambiente lo sa bene, gli appassionati non scelgono una birra esclusivamente per il suo sapore. Scelgono anche ciò che quel marchio rappresenta e scelgono una filosofia produttiva, un modo di comunicare, una storia da sostenere e un’identità nella quale riconoscersi.

Sono aspetti difficili da quantificare economicamente e ancora più difficili da preservare quando cambiano gli equilibri aziendali, le strategie commerciali e le persone che guidano il progetto.

Per questo motivo la chiusura di Birra del Borgo non può essere letta esclusivamente attraverso i numeri emersi negli ultimi giorni. Le perdite economiche hanno certamente avuto un peso importante, così come il calo del fatturato e le difficoltà che hanno interessato il mercato negli ultimi anni. Pensare il contrario sarebbe poco realistico.

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Limitarsi ai numeri, però, equivale a leggere soltanto l’ultima pagina di un libro molto più lungo. La domanda interessante riguarda ciò che è accaduto negli anni precedenti, per quale motivo molte delle acquisizioni che sembravano destinate a cambiare il volto della birra artigianale italiana non hanno raggiunto i risultati immaginati all’inizio? Per quale motivo alcuni marchi si sono progressivamente indeboliti mentre altri sono riusciti a mantenere una propria identità e una propria credibilità?

Sono interrogativi che vanno ben oltre la singola vicenda di Birra del Borgo e che raccontano qualcosa dell’intero movimento craft italiano.

A questo punto il racconto diventa ancora più interessante, perché tra tutte quelle operazioni esiste un caso che sembra seguire una strada differente e che, proprio per questo motivo, merita di essere osservato con attenzione.

Il caso Ducato e la differenza tra comprare un marchio e investire in un progetto

Quando Duvel Moortgat decise di entrare nel capitale di Birrificio del Ducato nel 2017, molti appassionati reagirono esattamente come avevano fatto negli anni precedenti di fronte ad altre acquisizioni.

Le perplessità erano comprensibili, in fondo il copione sembrava sempre lo stesso. Un grande gruppo entra nel capitale di un birrificio artigianale, promette investimenti e crescita, mentre una parte degli appassionati teme che, prima o poi, quel marchio possa perdere la propria identità. Successivamente arrivò l’acquisizione completa e anche in quel caso non mancarono le discussioni, anzi, il dibattito fu acceso e accompagnò per diverso tempo il mondo della birra artigianale italiana.

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Oggi, però, guardando ciò che è accaduto negli anni successivi, emerge una differenza che appare sempre più evidente. Ducato non soltanto è rimasto sul mercato, ma continua a essere percepito come uno dei nomi più autorevoli e rispettati della birra artigianale italiana. A questo punto la domanda nasce spontanea, cosa è successo di diverso rispetto ad altre operazioni che non hanno avuto lo stesso destino?

Parlando con chi conosce da vicino questa realtà emerge un concetto che ritorna spesso. Duvel Moortgat non ha cercato di trasformare Ducato in qualcosa di diverso da ciò che era, ha scelto di investire affinché Ducato potesse continuare a essere Ducato.

Può sembrare una differenza sottile, ma osservando quello che è accaduto negli ultimi dieci anni nel settore brassicolo italiano, assume un significato molto più profondo. Per fare birra servono idee, talento e creatività, servono intuizioni, sperimentazione e una visione chiara. Allo stesso tempo servono impianti efficienti, controlli rigorosi, ricerca continua, personale qualificato e investimenti costanti. Tutti elementi che richiedono risorse economiche importanti e che diventano sempre più determinanti quando un birrificio cresce e deve mantenere elevati i propri standard.

Molto spesso si parla di qualità come se fosse un traguardo raggiunto una volta per tutte. Chi lavora nel settore sa che non è così, la qualità va difesa ogni giorno, cotta dopo cotta, lotto dopo lotto.

La vera sfida non consiste nel produrre una grande birra una volta sola, la vera sfida consiste nel produrre la stessa grande birra migliaia di volte mantenendo costanza, affidabilità e riconoscibilità nel tempo. È su questo terreno che gli investimenti possono fare la differenza.

Negli anni Ducato non ha abbassato il livello qualitativo delle proprie produzioni, al contrario, ha avuto la possibilità di rafforzare ulteriormente i processi produttivi, migliorare la stabilità delle birre e affrontare il mercato con una struttura più solida, beneficiando dell’esperienza e del know-how maturato all’interno del gruppo Duvel Moortgat.

Parallelamente, molte delle scelte strategiche sono rimaste coerenti con la cultura aziendale e con l’identità che avevano reso il birrificio riconoscibile agli occhi degli appassionati. Un aspetto che spesso viene sottovalutato ma che nel lungo periodo fa tutta la differenza del mondo.

Basta osservare una scelta che negli anni è rimasta chiara, le birre Ducato non sono state spinte nella grande distribuzione con politiche aggressive di prezzo che avrebbero inevitabilmente modificato il valore percepito del marchio agli occhi del consumatore. Una strada diversa rispetto a quella intrapresa da altre realtà del settore e che ha contribuito a preservare il posizionamento costruito nel tempo. Guardando la vicenda della chiusura di Birra del Borgo, questo aspetto assume ancora più rilevanza perché dimostra quanto sia delicato l’equilibrio tra crescita, distribuzione e percezione del marchio.

In altre parole, chi aveva il compito di fare impresa ha continuato a fare impresa, mentre chi aveva il compito di fare birra ha continuato a fare birra.

Può sembrare una considerazione semplice, quasi scontata. Eppure, osservando quello che è successo nel mondo craft italiano negli ultimi dieci anni, tanto scontata non sembra affatto.

Conclusioni

La chiusura di Birra del Borgo lascia inevitabilmente un po’ di amarezza. Stiamo parlando di un marchio che ha contribuito a scrivere pagine importanti della storia della birra artigianale italiana e che per molti appassionati rappresenta ancora oggi uno dei simboli di quel movimento che, a partire dagli anni Duemila, ha cambiato il modo di bere e di parlare di birra nel nostro Paese.

Allo stesso tempo questa vicenda offre anche uno spunto interessante per guardare con maggiore lucidità a ciò che è successo negli ultimi dieci anni. Per molto tempo il dibattito si è concentrato quasi esclusivamente su una domanda. I grandi gruppi fanno bene oppure fanno male alla birra artigianale? Osservando quello che è accaduto nel mercato, la sensazione è che la risposta sia molto più complessa. Le acquisizioni non sono tutte uguali, così come non sono uguali le persone che le guidano, gli obiettivi che le accompagnano e il rispetto che viene riservato all’identità del birrificio acquisito.

Un birrificio artigianale non vive soltanto grazie agli impianti, ai bilanci o alla forza di un marchio. Vive attraverso le persone che lo guidano, la cultura che si è costruita nel tempo, le scelte che vengono fatte ogni giorno e quella credibilità che gli appassionati riconoscono quasi immediatamente quando entrano in contatto con una birra.

Guardando il percorso di Ducato viene naturale pensare che il capitale, da solo, non basti a garantire il successo di un progetto. Può però diventare uno strumento prezioso quando viene utilizzato per sostenere una visione già esistente, rafforzare una realtà che funziona e permetterle di crescere senza snaturarne il carattere.

Forse è proprio questa la lezione più interessante che lascia oggi la chiusura di Birra del Borgo. Non tutte le acquisizioni sono destinate allo stesso finale e, molto spesso, la differenza non la fanno i soldi investiti ma il modo in cui si sceglie di custodire ciò che ha reso speciale quel birrificio fin dall’inizio.

E tu come hai vissuto quegli anni? Hai cambiato idea sulle acquisizioni nel mondo della birra artigianale oppure la pensi ancora come allora? Raccontamelo nei commenti.

E mi raccomando: bevi sempre consapevolmente!

Francesco

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FRANCESCO SELICATO

Beer Blogger per passione, amante della birra per vocazione. Sul mio blog racconto e trasformo qualsiasi birra nella migliore esperienza sensoriale possibile.

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